ISASCO

Il vallone di Isasco, abitato fin dall'antichità, fu sede di un fundus romano dal I secolo d. C. un piccolo abitato rurale lontano da grandi centri urbani nel quale si ritiene vi fosse una forte presenza del substrato ligure, come evidenziato dal tipico suffisso -asco. Lamboglia supponeva che l'origine del toponimo Isasco potesse derivare da *vicciascum , ovvero da una gens Viccia, suffragando l'ipotesi con la presenza dell'iniziale "V" ripetuta a graffito su due dei vasi ritrovati nel corso degli scavi archeologici; peraltro ancora nell'Ottocento numerosi documenti locali designavano la località come Visasco. Il fundus dovrebbe corrispondere in gran parte al terreno di pertinenza della villa padronale che sorge quasi al centro del pianoro. L'edificio, affiancato da una cappella privata, era un tempo di proprietà dei Drione: sul cancello di ingresso si leggono ancora le iniziali di Giovanni Battista Drione. 

Nell'inverno 1952-53, durante i lavori di costruzione della strada sterrata di raccordo con la nuova provinciale delle Manie, venne casualmente scoperta, ed in parte scavata, una necropoli di età imperiale romana. Furono complessivamente ritrovate una quarantina di tombe a incinerazione e ad inumazione, all'interno di una delle quali venne recuperato uno scheletro per intero. Tra i corredi figurano anche alcuni unguentari vitrei integri, frammenti di olpe e di anfore, patere, chiodi, resti di oggetti in bronzo. In una delle tombe ad incinerazione era ancora possibile osservare l'azione diretta del fuoco sulla parete di roccia, facendo ipotizzare che il rogo fosse stato acceso in loco. 

La tomba più antica, di età augustea, era composta probabilmente da due sepolture sovrapposte, ad inumazione: una inferiore, scavata nella roccia e rivestita di pietre a secco con una copertura orizzontale, ed una superiore con tegoli ed embrici a protezione dello scheletro sovrastante. Alla metà del primo secolo d.C. risalgono numerose tombe ad incinerazione; i corredi più ricchi vennero ritrovati nelle tombe di età neroniana e flavia. Altre tombe ad inumazione risalgono al III-IV secolo d.C.; in una di esse, ribattezzata "la tomba del beone", un'olpe era singolarmente ubicata a contatto con il capo del defunto. Lungo il declivio sono ancora parzialmente visibili le tracce di alcune tombe a inumazione scavate nella viva roccia.

Fino all'età moderna, Isasco fu punto di raccordo delle strade di allacciamento da Noli e Varigotti con l'asse viario principale da Savona in direzione di Finale. L'insediamento si compone di nuclei isolati posti ai margini dell'area coltivabile e si differenzia dalla conformazione essenzialmente difensiva di altre borgate. Le costruzioni presentano l'influenza basso mediterranea già riscontrata nella borgata del Capo. Ferrario e Trucco in "Isasco: insediamento del Finale" propongono, come per il Capo, una datazione al XIII secolo per le strutture più antiche; tuttavia la frequentazione del sito è testimoniata da reperti ceramici solo dal XV secolo. Un saggio di scavo archeologico condotto da Carlo Varaldo nella cosiddetta "casa della volpe" ha restituito ceramiche, tra cui frammenti di un piatto albisolese a "taches noires", che consentono una datazione non anteriore al Settecento. Tuttavia, come indicato dall'autore, è plausibile che ampie trasformazioni operate in passato abbiano rimosso i precedenti livelli archeologici, peraltro di spessore limitato. 

Gli edifici presenti ad Isasco si compongono in genere di differenti corpi di fabbrica successivamente aggregati anche nell'arco temporale di alcuni secoli; un esempio tipologico può essere dato dal nucleo definito "casa delle rane" nel quale, ad un ambiente originale con volta a crociera in due campate di sobria eleganza, si giustapposero via via nuovi ambienti ognuno con una sua funzione ed una sua particolare tecnica costruttiva. Un vano era destinato ad accogliere il forno con cappa in ardesia ed un trogolo, altri ambienti ospitavano il torchio, la cantina, due stalle, di cui una con fienile soppalcato; il piccolo piano superiore era formato da due camere.

Nei primi tre mesi del 1631, quando la peste imperversò a Varigotti, i cadaveri non venivano sepolti solo presso la antica chiesa di S. Lorenzo vecchio, ma anche ad Isasco presso la chiesa di S. Pietro. Recenti indagini condotte da G. Testa hanno messo in luce l'esistenza di una chiesa dedicata a S. Pietro con relativo oratorio ove gli abitanti di Isasco avrebbero potuto partecipare alle funzioni festive, mentre per battesimi, matrimoni e funerali era necessario recarsi in S. Lorenzo. I due edifici religiosi, già sconsacrati nel Cinquecento, erano stati probabilmente abbandonati dalla popolazione mancando le condizioni economiche necessarie per il loro mantenimento. Oltre ai documenti d'archivio, che ne citano le rovine fino alla fine del Seicento, rimane oggi traccia della chiesetta e dell'oratorio solo nella toponomastica locale: il rio S. Pietro ed il piano di S. Pietro.

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