STORIA DI VARIGOTTI

L'area del promontorio di Varigotti conobbe una possibile frequentazione in età romana imperiale, testimoniata da occasionali rinvenimenti di frammenti ceramici; tuttavia Varigotti non è citata nell'Itinerarium maritimum, portolano databile tra la fine del V e gli inizi del VI secolo d.C. Anche la mancanza di evidenze archeologiche impedisce di provare l'esistenza di un consistente insediamento nel IV-V secolo d.C. Un frammento di miliare in pietra del Finale ritrovato presso la chiesa di S. Lorenzo vecchio proviene dal tracciato della via Julia Augusta oppure dalla diramazione secondaria più antica Valpia-Le Manie-Voze-Spotorno.
Determinante nella storia di Varigotti sarà la ridefinizione del limes bizantino tra la seconda metà del VI ed il VII secolo, con la riorganizzazione del nucleo fortificato sul promontorio del Castello. I frammenti di ceramica ritrovati (in prevalenza VI-VII secolo) rimandano ad intensi scambi commerciali con il nord Africa; testimonia l'importanza della rada portuale di Varigotti anche la cospicua quantità di reperti appartenenti all'età bizantina rinvenuti presso il castrum di S. Antonino a Perti. Alla stessa epoca risale l'area cimiteriale in prossimità di S. Lorenzo vecchio. Sul promontorio sorgeva un presidio militare almeno parzialmente fortificato, con una propria circoscrizione militare e civile. Oggi è alquanto ridimensionata l'ipotesi formulata negli anni cinquanta da Lamboglia e Formentini che vedevano in Noli e Varigotti due capisaldi di uno stesso sistema: la Civitas indicata nel noto passo dello pseudo-Fredegario che menziona Varigotti tra le "città" liguri distrutte nel 643 dai Longobardi di Rotari. 
La mancanza di fonti scritte non consente di far luce sui secoli seguenti; certamente si passò da una rete commerciale su scala mediterranea di età bizantina a scambi commerciali più modesti e circoscritti. Un documento apocrifo risalente alla fine del XII secolo ricorda la partenza da Varigotti di una presunta spedizione di Ugo di Provenza contra perfidos Saracenos, collocabile alla metà del X secolo.
Le strutture difensive bizantine vennero sostituite nel medioevo: a quell'epoca risale la maggioranza dei resti ancora esistenti. Seguendo per alcuni metri il sentiero che scende verso il "Porto" si incontrano sulla destra i resti di una prima cinta muraria esterna (XIII-XIV secolo) che comprende numerosi ciottoli marini; questo imponente muro segue gran parte della curva di livello.
La sommità del promontorio
Tornando verso la cappelletta, si sale lungo la "strada del Castello" e si entra nell'area recintata: gran parte del promontorio venne interessato nei primi anni Settanta dall'esproprio conseguente al vincolo archeologico predisposto dal Lamboglia. Lasciato a destra un belvedere sul Capo e a sinistra una deviazione che raggiunge la sommità passando sul fianco occidentale, si continua lungo il sentiero principale. Giunti ormai sulla sommità del promontorio si incontra la base di una torre (XIII-XIV secolo) ancora esistente alla fine del XVI secolo, che i disegni dell'epoca rappresentano dotata di un coronamento sommitale. La torre controllava l'ingresso di una seconda cinta, più piccola, di forma rettangolare; queste mura (XII-XIII secolo) proteggevano la pianeggiante area sommitale comprendente al centro la cisterna per la raccolta dell'acqua. Queste fortificazioni sono probabilmente riconducibili al radicamento territoriale attuato da Enrico II del Carretto; in quel contesto il promontorio divenne centro difensivo dei confini orientali del Marchesato. E' questa l'area in cui va individuato l'antico castrum bizantino, in probabile connessione con quello di S. Antonino a Perti. Indagini archeologiche condotte nel 2003 hanno riportato alla luce tratti di cortine murarie, ad opus incertum, riconducibili all'età bizantina.
A livello del mare nella falesia di punta Crena si apre una grotta marina nella quale è stato condotto uno scavo archeologico che ha restituito ceramiche di provenienza nord-africana (XII secolo) numerose ceramiche pisane e liguri databili al XIV secolo ed ancora chiodi e parti di laterizi (XVI secolo) relativi a possibili frequentazioni saltuarie anche legate al contrabbando.
La torre cinquecentesca 
Gli Annales genuenses dello Stella testimoniano la distruzione operata dai genovesi nel 1341 del castrum Varigoti, nell'ambito della reazione del doge Simon Boccanegra contro il marchese di Finale Giorgio del Carretto; gli Annales tacciono però dell'interramento del porto, possibile invenzione della storiografia locale di inizio Novecento. Con il Quattrocento, la frequentazione dell'area del Castello subisce una contrazione ed il sito assume via via una connotazione agricola con la diffusione dell'ulivo. Permane tuttavia la funzione di postazione di avvistamento a difesa da incursioni barbaresche; nel XVI secolo, viene riedificata la trecentesca torre, tuttora esistente, nella cui struttura si nota il reimpiego di elementi facenti parte delle fortificazioni medioevali. Nel 1568 i barbareschi assediarono Finale e raggiunsero anche Varigotti, dove sottrassero il registro dei battesimi. Le fonti testimonierebbero un consistente calo demografico: nel 1537 il Giustiniani riportava una popolazione di circa 1000 abitanti ma Don Pietro Averio, parroco di Varigotti, nell'aprile 1582 registra la presenza di sole 582 anime. Le difese vennero ulteriormente rinforzate con la costruzione della postazione ellissoidale  all'estremità sud del capo, alla quale si accede tramite un terrapieno sostenuto da due muretti di contenimento. Mons. P.F. Costa, in visita pastorale a Varigotti nel 1595, così si esprimeva: "Vogliamo sperare in Dio benedetto che questo loco non debba più essere infestato et molestato nell'avvenire dalli corsali come più volte è successo in aqui con grandissimo nostro dispiacere". La postazione ellissoidale fu utilizzata come cannoniera ancora nell'Ottocento; oggi è un magnifico belvedere sul mare. Notevole il panorama, che verso ponente abbraccia i promontori di capo S. Donato, del Castelletto e della Caprazoppa - dotati di torri di avvistamento - la piana di Albenga e Capo Mele con l'isola Gallinara. Nelle giornate più limpide si scorge la Corsica. Verso levante si contemplano gli strapiombi scoscesi del Malpasso e di Capo Noli, dove si apre la grotta dei Falsari. Sul limitare della pineta, non lontano dal semaforo di capo Noli, si intravede la torre di scolta (1582) costruita dai nolesi sul confine orientale, detta delle streghe  a scherno delle donne di Varigotti; annose le dispute con la Repubblica di Noli per i confini con il marchesato. Le vertenze con i nolesi legate ai diritti legati alla pesca, segnatamente nella cala del tu Est, si protrassero fino al XX secolo.
L'antico Porto
Tornando presso la cappelletta, si può scendere a destra fino al livello del mare, nell'area occupata dall'antico porto. Quest'insenatura naturale giocò un ruolo importante nel sistema di controllo bizantino della Liguria marittima. Fino al medioevo, oltre che per il piccolo cabotaggio, l'insenatura fu utilizzata dalle navi che solcavano il mediterraneo tra le coste tirreniche e la penisola iberica, anche solo come temporaneo rifugio o per sfruttare la copiosa polla d'acqua dolce. Le imbarcazioni più modeste venivano alate, le altre rimanevano alla fonda.
Tra le strutture visibili dell'antico porto di Varigotti sono i resti di murature "a sacco"  edievali visibili sul pennello roccioso che chiude la rada portuale: accanto ad esso, indagini subacquee svolte nel 1985 individuarono un canalone forse realizzato per migliorare l'accesso al porto (il "canalotto" citato dal Garoni nel 1870). Su questi resti di murature "a sacco" si impostava una "torre da fuoco " o fanale notturno visibile nello splendido disegno a inchiostro realizzato dal cartografo Domenico Revello nel 1584. Una seconda torre-fanale, merlata, che sorgeva sotto la chiesa di S. Lorenzo, fu demolita per la costruzione della strada ferrata: l'unica immagine pervenutaci è un disegno a penna acquerellato realizzato nell'aprile 1853 da Anna de l'Epinois.
Con il sopraggiungere dell'età moderna, il basso fondale (peraltro da sempre limitato dalle concrezioni prossime alla battigia, beach-rock) unitamente alla mancanza di infrastrutture, segnerà il tramonto di quello che, per i tempi antichi, era stato un "bello et bon porto".
Con il passaggio del marchesato di Finale alla corona di Spagna, nel 1602, si avviarono studi per la realizzazione di un porto a Varigotti (o in alternativa a Finale presso la Caprazoppa) adatto ad accogliere galeoni di grande stazza... Il progetto relativo a Varigotti (1616) oggi conservato presso l'Archivio di Simancas, avrebbe voluto farne "el mejor que ha avido en todas las mares de Italia". Firmato dal capitano G. Piotti di Vacallo, il progetto prevedeva di liberare la parte interrata dell'insenatura, edificare magazzini, fontane, un cantiere navale, una fortezza sommitale atta ad accogliere fino a duecento soldati. Era anche prevista la costruzione di un'arteria stradale diretta alla Marina di Finale spianando la dorsale della Costa. "Varigoti è sito amenissimo, et d'aere temperatissimo e però si deve credere che in breve spatio con occasione del trafico si doverà fare una grossa città, che s'estenderà sino al Finale". Tuttavia non si approdò mai ad alcun risultato concreto e il progetto rimase sulla carta; l' "argomento porto" verrà rispolverato solo come arma di ricatto nei confronti di Genova. 
Con le avvisaglie della peste, nel 1619 i Conservatori della Sanità del Borgo individuarono a Varigotti il sito ove far trascorrere la quarantena. I Consoli di Varigotti indicarono un sito isolato: "v'è nel porto di Varigotti spiaggia di mare con un ridotto dentro uno scoglio dove si possono mettere merci in quantità e vi resta una torre contigua per le guardie con abondanza d'acqua, et ne i bisogni se ne servissero insieme con una chiesetta parrocchiale et casetta annessa soprastante". Nel gennaio 1631 si imbarcò a Varigotti un reggimento di soldati fiorentini infetti; durante i cinque giorni in cui si svolsero le operazioni, il contagio ebbe modo di diffondersi in paese e vi imperversò tra il 26 gennaio, in cui si registrò la prima vittima, e l'aprile 1631. Il 30 gennaio il governatore Giovanni Diaz de Zamorano pubblicò la grida in cui si affermava che "bandiamo detto luogo di Varigotti et suo distretto, prohibendo che non si dij ricetto a persone, robbe, animali, vascelli, et a qualsivoglia altra cosa che da detto luogo di Varigotti et distretto venisse". Unico contatto possibile con il resto del marchesato era al rastello di S. Donato, mentre i confini con Noli erano guardati giorno e notte da trenta corsi i quali "tengono ordine che trovando alcuna persona, di subito amasarlo". I varigottesi morti di peste furono in totale 37. 
Al largo della costa ligure numerosi furono gli scontri tra la flotta genovese e le imbarcazioni finalesi: nel 1653 una galera genovese inseguì una feluca di sudditi del re Cattolico "sin dentro Varigotti con haver fatto sparare sette cannonate". Nel maggio 1659 vengono raccolte a Finale le testimonianze dei marinai catturati da una galera armata all'altezza di Portofino, tra i quali figura un certo Francesco di Varigotti: nonostante "non fussimo barche di turchi ch'eramo Cristiani e di Finale, […] ci comminciarono a sparare delle Cannonate".
La presenza spagnola è ricordata nella descrizione compilata da un capitano francese per motivi militari nel 1685: "la tour à feu qui est sur le haut de cette pointe apartient aux Espagnols qui y tiennent un homme pour faire feu lorsqu'il a veu des voilles; le village, qui est au pied de cette pointe, n'a rien de considerable". La torre tuttora esistente rimase già nel Seicento l'ultimo baluardo difensivo con funzioni limitate al controllo del mare e della costa; tuttavia la negligenza dimostrata dalla compagnia militare della villa di Varigotti indusse nel luglio 1689 il governatore spagnolo a prendere provvedimenti contro chi ricusava di "prender l'armi pel servizio di Sua Maestà et difesa del proprio paese". Mantenere le truppe in transito comportava spese ingenti per una comunità dalle risorse limitate: nel 1710 i consoli di Varigotti dovettero contrarre un debito di 100 lire.
Nel 1713 Genova acquistò il marchesato di Finale e lo mantenne fino all'arrivo delle truppe napoleoniche. Quell'anno si rivelò funesto per il paese: nel mese di agosto sei pescatori varigottesi che si erano spinti nel golfo di Diano non fecero più ritorno, catturati e ridotti in schiavitù dai barbareschi.
Nella breve parentesi tra il 1746 e il 1748 il Finale fu occupato dai Savoia che provvidero a stendere una relazione sulle condizioni del territorio: a Varigotti "piccola terra fuori di strada" si eleggevano annualmente due consoli. Dallo Stato di tutti li marinai, Barche, e legni esistenti nelle Spiagge del Finale e Varigotti (ottobre 1746) risultava la presenza in paese di una sola filuca di proprietà degli eredi Sirombra (circa 300 rubbi di portata) e di 19 bastimenti più piccoli, che si chiamano Gondole, ciascuna della portata di circa 200 rubbi. Si registrava inoltre la presenza di 36 uomini atti alla navigazione.
Il porto, che già agli inizi del XVII secolo doveva presentarsi parzialmente arena obcaecatum, verrà ulteriormente interrato a seguito dell'apertura della strada litoranea agli inizi dell'Ottocento, quindi della costruzione della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia, ed infine dell'apertura dell'attuale galleria stradale all'inizio degli anni Trenta.

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